
Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. Un gesto verso il basso appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non chiede di essere capito, né tantomeno spiegato. Chiede piuttosto di essere percorso, come si attraversa una notte in cui i contorni delle cose non sono ancora netti, ma già sufficientemente veri da farsi sentire.
Non è un libro sull’equitazione. Non è un libro sul cavallo. E non è nemmeno, nel senso più comune, un libro su Bartabas.
È un libro sul gesto che precede il gesto, sul tempo invisibile che serve perché qualcosa, un giorno, possa mostrarsi al mondo come “spettacolo”. Ma soprattutto è un libro sul coraggio di restare nell’indefinito, senza cedere alla tentazione di chiarire tutto, di nominare tutto, di spiegare tutto.
Ed è proprio qui che Un gesto verso il basso si sottrae alle letture più facili, diventando un testo profondamente esigente.
Il titolo è già una dichiarazione di poetica.
In un mondo che celebra l’elevazione, la performance, il gesto che sale e conquista lo sguardo, Bartabas compie un movimento contrario. Va verso il basso. Verso la terra. Verso il corpo. Verso ciò che non è immediatamente visibile.
Quel gesto non è solo fisico. È mentale. È artistico. È etico.
Scendere significa rinunciare alla superficie del racconto per abitare le sue fondamenta. Significa accettare che ciò che conta davvero accada lontano dal pubblico, lontano dalla scena, lontano dall’applauso.
Il libro si muove esattamente in questa direzione: non costruisce una narrazione lineare, non accompagna il lettore per mano, non offre coordinate rassicuranti. Preferisce frammenti, appunti, immagini che si accendono e si spengono come luci notturne.
Uno degli aspetti più potenti del libro è proprio la sua capacità di portare il lettore nelle notti segrete di Bartabas, di Pina Bausch, di Micha Figa. Notti che non sono semplicemente un tempo cronologico, ma una condizione dello spirito.
La scrittura è indefinita nel suo andamento, ma al tempo stesso minuziosa nei dettagli. È una scelta precisa: Bartabas racconta il gesto, l’odore, il silenzio, il movimento appena accennato, e poi si ritrae. Lascia spazio. Lascia vuoto.
Ed è in quel vuoto che accade qualcosa di raro: il lettore è costretto a immaginare.
Non viene descritto il contesto nella sua interezza. Vengono offerti frammenti sufficienti perché la mente costruisca il resto. È una scrittura che non impone immagini, ma le evoca. Che non guida la fantasia, ma la chiama in causa.
Questo libro non si limita a raccontare la creazione artistica: la riproduce nel suo stesso modo di essere scritto.
C’è un’intuizione che attraversa tutto il libro e che emerge con forza: una performance che tocca il cuore nasce solo se, prima, ha toccato il cuore di chi la crea.
Bartabas racconta il tempo lungo, ostinato, spesso solitario della sperimentazione.
Il tempo in cui nulla è ancora pronto per essere mostrato. Il tempo in cui l’artista dubita, sbaglia, torna indietro, insiste.
Non c’è alcuna mitologia dell’ispirazione improvvisa. Non c’è alcun romanticismo del genio.
C’è invece un’idea molto concreta, quasi crudele, dell’arte come lavoro sul corpo, sulla relazione, sulla presenza. Un lavoro che richiede una dedizione totale, ma anche una capacità rara di restare in ascolto.
Il cavallo, in questo senso, non è mai uno strumento. È un interlocutore radicale. Un essere che non si può forzare, né ingannare, né accelerare.
In Un gesto verso il basso il cavallo diventa la misura dell’onestà dell’artista.
Non nel senso moralistico del termine, ma in quello più profondo: il cavallo smaschera ciò che è falso, affrettato, costruito per piacere.
Il cavallo non risponde alla volontà, ma alla qualità della presenza. Non esegue un’idea, ma reagisce a un corpo che è davvero lì, in quell’istante.
Bartabas non teorizza questa relazione. La mostra, la lascia emergere tra le righe. E nel farlo, mette in crisi molte narrazioni contemporanee sull’equitazione, sull’arte, sulla performance.
Qui non c’è addestramento come dominio. Non c’è relazione come retorica.
C’è piuttosto una pratica esigente, che chiede tempo, silenzio, e una disponibilità radicale a mettersi in discussione.
Forse è questo l’aspetto più prezioso del libro: Un gesto verso il basso non cerca il consenso del lettore. Non vuole piacere a tutti. Non vuole essere rassicurante.
È un libro che si permette di essere opaco, a tratti scomodo, volutamente incompleto. Un libro che rifiuta le citazioni facili, le frasi da sottolineare, le verità pronte all’uso.
E proprio per questo diventa un testo fondamentale per chi vive il cavallo, l’arte o la relazione come territori di ricerca, non come discipline da normalizzare.
Un gesto verso il basso è disponibile sul sito della casa editrice More Than a Horse, una realtà editoriale che da anni pubblica testi dedicati al pensiero e alla cultura equestre, con uno sguardo attento alla qualità della scrittura e alla profondità dei contenuti.
Acquistarlo da una casa editrice indipendente significa sostenere una visione dell’equitazione che supera la tecnica e il manuale e privilegia il racconto, la ricerca e l’esperienza.
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Laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Pavia, ho l’occasione di lavorare nello showroom milanese di “Re” Giorgio Armani e di respirare quella moda che fa davvero sognare ogni donna. In seguito mi trasferisco a Berlino, dove lavoro in un’agenzia di comunicazione, e infine in Puglia per insegnare lettere e per inseguire una grande passione: l’equitazione.
Esperta di Marketing e Comunicazione, conseguo la Laurea in Giurisprudenza e l’abilitazione alla professione forense che abbandono per diventare consulente di marketing territoriale per diverse aziende ed Enti locali. Mi appassiono all’equitazione dopo essere stata folgorata da una sfilata di moda ispirata allo stile equestre e da allora il mio obiettivo è montare a cavallo ogni giorno.