
Abbiamo incontrato Michaela Ricci per parlare di cavalli, ma soprattutto di ciò che accade quando l’ambizione sportiva incontra il rispetto, l’ascolto e la responsabilità verso un altro essere vivente. Ne è emerso il ritratto di una donna che non ha mai smesso di cercare l’eccellenza, senza dimenticare da dove tutto è cominciato.
Bilbo era uno Shetland pezzato, piuttosto furbo e con un paio di rosette blu di plastica intorno al morso. Michaela Ricci se lo ricorda perfettamente, soprattutto perché con quel pony trascorreva più tempo per terra che in sella.
Cadeva spesso. E Bilbo, puntualmente, la riportava verso la scuderia.
Quando me lo racconta sorride. Sono passati molti anni, in mezzo sono arrivati cavalli importanti, rettangoli internazionali e competizioni di altissimo livello, eppure il ricordo di quelle rosette blu è ancora lì, nitido, quasi fosse successo ieri.
Mi piace cominciare da questa immagine perché racconta qualcosa di Michaela che difficilmente troveremmo nel suo curriculum sportivo.
Prima dell’amazzone di Grand Prix, prima dell’istruttrice, prima della professionista che ha fatto del dressage la propria vita, c’è stata una bambina svedese che imparava a conoscere i cavalli standoci insieme. Cadendo, rialzandosi, dando loro da mangiare, pulendo i box.
La sua famiglia viveva in campagna, in Svezia, e i cavalli appartenevano alla quotidianità da generazioni. Non erano un’attività da praticare nelle ore libere, ma una presenza intorno alla quale si organizzavano le giornate.
Le temperature potevano arrivare a trentadue gradi sotto zero, la neve raggiungere il metro d’altezza, ma i cavalli avevano comunque bisogno di essere accuditi, nutriti e portati fuori.
Michaela ricorda di aver imparato molto presto a preparare il mangime, pulire i box e prendersi cura degli animali in autonomia.
«Era uno stile di vita, non una passione di lusso», mi racconta.
È una distinzione sulla quale vale la pena soffermarsi.
Oggi siamo abituati a pensare all’equitazione attraverso le sue discipline, gli impianti sportivi, i risultati, le attrezzature e gli investimenti necessari per praticarla. Ma esiste una dimensione precedente a tutto questo, nella quale il cavallo è semplicemente parte della vita e la relazione con lui comincia dalla responsabilità quotidiana.
Credo che una parte importante della sensibilità equestre di Michaela nasca proprio da qui.
A quattordici anni Michaela aveva già cominciato a immaginare il proprio futuro.
Fino ad allora aveva praticato un’equitazione piuttosto varia, ma l’incontro con un cavallo da dressage le fece scoprire una disciplina nella quale riconobbe qualcosa di profondamente suo.
Voleva diventare un’amazzone importante, partecipare alle grandi competizioni, entrare in rettangolo sulle note di un freestyle.
Non era un desiderio vago.
Era un’immagine precisa, alimentata anche dai Gran Premi internazionali che seguiva da bambina.
Ricorda ancora una competizione al Globen di Stoccolma, quando aveva circa otto o nove anni.
Guardava quei cavalieri e immaginava di essere un giorno al loro posto.
Una signora le disse che non sarebbe mai riuscita a raggiungere quel livello senza essere miliardaria.
Fu una frase dolorosa, ma non abbastanza da farle cambiare idea.
Da quell’episodio Michaela ha conservato una convinzione che ripete ancora oggi ai giovani cavalieri: non permettere agli altri di decidere quali sogni siano alla tua portata.
La sua carriera si è sviluppata inizialmente in Svezia e successivamente in Italia, dove si è trasferita nel 2008, costruendo il proprio percorso professionale nel dressage internazionale.
Ma durante la nostra conversazione mi interessa capire soprattutto che cosa sia accaduto alla relazione con i cavalli mentre cresceva la sua ambizione. Perché lo sport, soprattutto quando diventa professione, modifica inevitabilmente il modo in cui guardiamo ai nostri compagni di lavoro.
Introduciamo obiettivi, scadenze, classifiche, aspettative.
E allora le chiedo come riesca a distinguere un cavallo che esegue correttamente un esercizio da un cavallo che è davvero in sintonia con lei.
La sua risposta mi porta lontano dai movimenti più spettacolari del dressage.
Mi parla delle piccole cose.
Di una transizione eseguita con tale naturalezza da sembrare suggerita soltanto dal pensiero. Di quella comunicazione quasi impercettibile che si costruisce attraverso il lavoro quotidiano e che, secondo lei, rimane la stessa tanto in una semplice transizione dal passo al trotto quanto nei movimenti più complessi del Grand Prix.
È lì che riconosce il binomio: non nella spettacolarità del gesto, ma nella qualità del dialogo che lo rende possibile.
Se c’è un cavallo che attraversa il racconto di Michaela con un’intensità particolare, è Zulu.
Quando arrivò nella sua scuderia non aveva mai disputato una gara; Michaela non lo aveva nemmeno provato prima del suo arrivo. Non era il prototipo del grande cavallo sportivo da dressage: era piccolo, grigio, con movimenti che non sembravano promettere prestazioni straordinarie e un’energia decisamente difficile da contenere.
Michaela ride ricordando quanto fosse complicato gestirlo nelle prime competizioni. Era così esuberante che scherzava sulla possibilità di ritrovarsi direttamente in autostrada con lui.
Eppure, dietro quell’apparenza poco convenzionale, c’era qualcosa che avrebbe cambiato il suo modo di valutare un cavallo.
Zulu amava lavorare.
Michaela racconta di aver sentito crescere progressivamente la sua disponibilità, la sua energia, la capacità di offrire sempre qualcosa in più. Movimenti che inizialmente sembravano fuori dalla sua portata cominciarono a emergere con una qualità sorprendente.
E fu proprio Zulu a insegnarle una delle lezioni più importanti della sua carriera.
«It’s not in the hoof, it’s in the heart.»
Non è tutto negli zoccoli. Molto è nel cuore.
È un’affermazione che, pronunciata da una professionista del dressage internazionale, assume un significato particolare.
Perché in uno sport nel quale le caratteristiche morfologiche, la qualità delle andature e le attitudini atletiche hanno un peso evidente, Michaela riconosce il valore di qualcosa che non possiamo misurare con la stessa facilità: la volontà del cavallo, il suo coinvolgimento, la disponibilità a collaborare.
Zulu le ha insegnato anche altro.
Nel corso della sua vita ha affrontato infortuni gravissimi. Michaela racconta di aver temuto più volte di perderlo, di averlo accompagnato in clinica tra le lacrime e di aver assistito a recuperi che sembravano improbabili.
Ricorda gli otto mesi trascorsi in clinica dopo uno degli incidenti, il ritorno alle competizioni, le nuove difficoltà e quella determinazione che continuava a riconoscere in lui.
Quando le chiedo che cosa vorrebbe dirgli oggi, la risposta è semplicissima.
Grazie. Non soltanto per i risultati ottenuti, ma per averle insegnato l’umiltà.
Zulu oggi ha vent’anni.
Puoi incontrarlo in scuderia mentre bruca l’erba nel suo paddock ma in un attimo si trasforma nel fuoriclasse che ha reso Michaela la donna di cavalli speciale che abbiamo apprezzato e che simpaticamente ha pensato che io potessi montarlo: inutile provare a spiegare la sua energia.
Un turbo!
Durante la nostra intervista c’è una domanda alla quale Michaela risponde senza alcuna esitazione.
Le chiedo se le sia mai capitato di dover scegliere tra un risultato sportivo importante e ciò che riteneva giusto per il proprio cavallo.
Assolutamente sì.
Mi spiega che, se durante una competizione avverte che il cavallo non è se stesso, la decisione corretta per lei è fermarsi, anche quando significa rinunciare a una gara preparata per mesi, anche dopo aver percorso migliaia di chilometri, investito denaro, energie e aspettative.
Non è una decisione indolore.
Ma è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della sua visione.
La sensibilità equestre non coincide necessariamente con la dolcezza dei gesti o con l’affetto che manifestiamo ai cavalli: si rivela soprattutto quando siamo chiamati a scegliere.
Quando il nostro desiderio entra in conflitto con ciò che percepiamo come un bisogno dell’animale. Quando l’ambizione, per quanto legittima, deve accettare di non avere l’ultima parola.
Michaela considera il cavallo un partner e ritiene che spetti al cavaliere assumersi la responsabilità di riconoscerne i segnali.
Questa posizione non elimina le complessità dello sport equestre, né risolve da sola le questioni che riguardano il benessere dei cavalli atleti, ma indica con chiarezza il principio al quale lei dichiara di voler ricondurre le proprie decisioni.
Ed è un principio che trova espressione anche lontano dai campi gara.
A Firenze, Michaela ha dato vita a Equus Primus, un progetto nel quale ha cercato di tradurre la propria idea di equitazione in un ambiente quotidiano.
Quando le chiedo che tipo di scuderia abbia voluto realizzare, mi colpisce il modo in cui ne parla.
Non comincia dalle strutture, dalle attrezzature o dalle opportunità sportive. Comincia dai cavalli.
Mi racconta di aver immaginato una realtà costruita intorno alle loro necessità, cercando di restituire agli animali condizioni di vita il più possibile compatibili con la loro natura.
Per Michaela un cavallo rimane un cavallo, indipendentemente dal valore economico, dal livello di addestramento o dai risultati sportivi. Ha bisogno di movimento, di relazioni con i propri simili, di trascorrere tempo all’aperto, di pascolare.
Per questo cerca di garantire ai cavalli di Equus Primus la possibilità di uscire, vivere momenti di socialità e trascorrere il maggior tempo possibile fuori dai box.
Sa bene che non esistono soluzioni prive di rischi. Un cavallo che vive all’aperto può farsi male, e la gestione quotidiana richiede valutazioni continue. Ma Michaela considera il movimento e la socialità bisogni fondamentali, ai quali non vuole rinunciare soltanto per proteggere un investimento sportivo.
È un’impostazione che riconduce anche ai suoi ricordi d’infanzia.
Quella bambina che usciva nella neve per occuparsi dei pony è diventata una professionista capace di lavorare con cavalli da Grand Prix, ma continua a considerare il benessere quotidiano una responsabilità che precede ogni risultato.
E mentre la ascolto, penso a quanto sarebbe interessante se il valore di una scuderia fosse raccontato non soltanto attraverso i successi agonistici, ma anche attraverso la qualità della vita che riesce a garantire ai suoi cavalli.
Michaela non racconta il rapporto con i cavalli come una successione di conquiste.
Quando le chiedo se abbia mai dovuto modificare il proprio metodo di lavoro per comprendere un cavallo, mi risponde che accade con tutti.
«Ogni cavallo ha un carattere, una sensibilità, punti di forza e difficoltà differenti» mi dice.
Lavorare con un soggetto cresciuto e addestrato personalmente può essere più semplice perché, nel tempo, si costruisce un linguaggio condiviso.
Incontrare un cavallo formato da qualcun altro significa invece imparare a comunicare in una lingua nuova.
È un’immagine che trovo particolarmente efficace.
Pensiamo spesso all’addestramento come a un percorso attraverso il quale il cavallo impara a comprendere le nostre richieste. Michaela mi ricorda che il processo dovrebbe procedere anche nella direzione opposta.
È il cavaliere a dover imparare come pensa, reagisce e comunica l’individuo che ha davanti.
Mi racconta, con molta ironia, di un cavallo particolarmente complesso con il quale sta lavorando. Lo ha soprannominato, insieme al team, «Iberico isterico»: è sensibile, imprevedibile nelle sue reazioni, talvolta teso e talvolta sorprendentemente tranquillo.
Michaela confessa che pagherebbe per trascorrere cinque minuti nella sua testa e capire che cosa vi accada.
Sorride mentre lo racconta, ma dietro quella battuta riconosco una considerazione importante: l’esperienza non ci rende automaticamente capaci di comprendere ogni cavallo; anzi, forse una delle qualità più preziose di un buon cavaliere è continuare a riconoscere quanto ancora gli sfugga.
Nel percorso di Michaela l’ambizione sportiva non si è esaurita.
Dopo molti anni in Italia, ha scelto di rappresentare il nostro Paese nelle competizioni internazionali di dressage. Tra gli obiettivi dichiarati c’è quello di raggiungere un’Olimpiade con la squadra italiana.
Un traguardo impegnativo, che richiede non soltanto talento e preparazione, ma la costruzione di un binomio competitivo, un lavoro di squadra e una programmazione capace di rispettare i tempi dei cavalli.
Accanto all’attività agonistica, Equus Primus rappresenta un progetto destinato a svilupparsi attraverso l’allenamento, la formazione e la valorizzazione di una cultura equestre fondata sulla qualità del lavoro.
Nel suo percorso si inserisce anche la collaborazione con Edward Gal, figura di riferimento del dressage internazionale, con il quale Michaela ha condiviso esperienze di formazione e approfondimento tecnico.
E poi c’è il dialogo tra il mondo equestre e quello dell’eleganza, sviluppato anche attraverso STEFANO RICCI Equestrian Line, progetto che unisce ricerca stilistica e abbigliamento tecnico per cavallo e cavaliere.
Sono dimensioni differenti di una carriera che continua a evolversi.
Ma durante la nostra conversazione, più dei programmi, mi interessa il modo in cui Michaela immagina di trasmettere ciò che ha imparato.
Quando le chiedo cosa vorrebbe insegnare ai propri figli se scegliessero di dedicarsi ai cavalli, non mi parla di vittorie.
Parla di umiltà, di rispetto per i compagni di squadra e, prima di tutto, di rispetto per il cavallo.
Perché vincere, mi spiega, non è tutto.
Verso la fine dell’intervista torno a chiederle qualcosa che potrebbe sembrare scontato per una donna che monta da tutta la vita.
Dopo tanti anni, dopo tanti cavalli, dopo tutte le competizioni, riesce ancora a emozionarsi quando sale in sella?
«Tutti i giorni.» Lo ripete due volte, senza cercare le parole.
Mi racconta di una sessione di lavoro recente, durante la quale uno dei suoi cavalli è riuscito finalmente a eseguire una sequenza di cambi di tempo che aveva richiesto particolare impegno. Il team ha cominciato a esultare.
Non erano in gara. Non c’erano giudici, classifiche o premi.
C’era un cavallo che aveva compreso qualcosa di nuovo e un gruppo di persone felice di quel piccolo, enorme progresso.
Michaela racconta quel momento con lo stesso entusiasmo della bambina che, tanti anni prima, sognava di entrare in un rettangolo internazionale.
Ed è forse questo il passaggio che più mi resta del nostro incontro.
Siamo abituati a celebrare i grandi risultati e, nel mondo equestre, abbiamo certamente bisogno di professionisti capaci di raggiungerli, ma il successo assume un significato diverso quando chi lo persegue riesce a conservare la capacità di emozionarsi per una transizione ben riuscita, per una difficoltà superata insieme, per un cavallo che finalmente trova il coraggio di provarci.
Michaela Ricci ha costruito la propria vita intorno ai cavalli. Ha conosciuto la fatica, l’ambizione, le soddisfazioni e la paura di perdere compagni ai quali era profondamente legata; eppure, ascoltandola, ho avuto la sensazione che la sua storia non fosse soltanto quella di una professionista arrivata lontano.
È anche la storia di una bambina che non ha mai smesso di cercare il dialogo con i cavalli: da Bilbo, con le sue rosette blu, fino a Zulu e ai cavalli che oggi la accompagnano nel suo lavoro.
Una convinzione che attraversa tutto il suo racconto: il talento conta, la tecnica è indispensabile, l’ambizione può portarci lontano.
Ma nessun risultato dovrebbe farci dimenticare chi abbiamo accanto.
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Laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Pavia, ho l’occasione di lavorare nello showroom milanese di “Re” Giorgio Armani e di respirare quella moda che fa davvero sognare ogni donna. In seguito mi trasferisco a Berlino, dove lavoro in un’agenzia di comunicazione, e infine in Puglia per insegnare lettere e per inseguire una grande passione: l’equitazione.
Esperta di Marketing e Comunicazione, conseguo la Laurea in Giurisprudenza e l’abilitazione alla professione forense che abbandono per diventare consulente di marketing territoriale per diverse aziende ed Enti locali. Mi appassiono all’equitazione dopo essere stata folgorata da una sfilata di moda ispirata allo stile equestre e da allora il mio obiettivo è montare a cavallo ogni giorno.