Quando il nostro corpo non finisce sulla pelle

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Alcune cose le indossiamo. Altre, con il tempo, finiscono per diventare parte di noi.

Un paio di stivali, una giacca, un gioiello, persino una borsa possono smettere di essere semplici oggetti per trasformarsi in una dichiarazione silenziosa: raccontano chi siamo, come vogliamo essere visti e come vogliamo sentirci.

In psicologia questo rapporto è spiegato attraverso il concetto di extended self, l’idea secondo cui oggetti, luoghi e possedimenti possono entrare nella rappresentazione che abbiamo di noi stessi. Il confine tra il corpo e ciò che lo circonda, quindi, non è sempre così netto. Possiamo riconoscerci in ciò che possediamo, in ciò che indossiamo e nei simboli che scegliamo di portare con noi.

E forse non esiste luogo in cui questa estensione dell’identità sia più evidente che a cavallo.

Il vestito come seconda pelle

Prima ancora di salire in sella, ognuno di noi veste il proprio corpo.

Una giacca può cambiare la postura. Un paio di stivali può modificare il modo in cui camminiamo. Un’uniforme può farci percepire immediatamente all’interno di un ruolo. Quello che indossiamo diventano una sorta di interfaccia tra il corpo e il mondo: qualcosa che ci protegge, ci definisce e ci suggerisce come comportarci.

È il motivo per cui indossare determinati vestiti può farci sentire più sicuri, eleganti, autorevoli o appartenenti a un determinato ambiente. La nostra identità, soprattutto in sella, la indossiamo.

Nel mondo equestre questo fenomeno assume una forma particolarmente interessante, non si tratta soltanto di un codice estetico. È una divisa, una protezione e, allo stesso tempo, un linguaggio.

Gli stivali, i pantaloni, la giacca, i guanti, il casco: ogni elemento nasce per rispondere a una necessità concreta, ma nel tempo ha acquisito anche un valore simbolico. Indossarli significa entrare in un ruolo preciso: quello di chi monta, di chi appartiene a quel mondo, di chi conosce quelle regole.

Quando l’oggetto diventa parte del corpo?

Pensiamo a un paio di stivali da equitazione. All’inizio sono qualcosa che indossiamo. Poi impariamo a usarli. Dopo centinaia di ore in sella, smettiamo quasi di percepirli come oggetti separati da noi, anzi, diventa impossibile non indossarli se solo si entra in un maneggio.

La gamba si muove dentro lo stivale, il piede trova la staffa, il tallone assume la propria posizione. L’attrezzatura non è più qualcosa a cui dobbiamo prestare continuamente attenzione: diventa parte del gesto. È qui che il concetto di estensione del corpo diventa particolarmente interessante.

Gli oggetti che utilizziamo durante la quotidianità possono diventare strumenti attraverso cui percepiamo e agiamo sul mondo. Una racchetta da tennis diventa un’estensione del braccio. Un paio di sci diventa un’estensione delle gambe. Per un’amazzone, la sella, le redini e gli altri strumenti dell’equitazione partecipano alla costruzione del movimento. Ma c’è una differenza fondamentale. La racchetta non ha una propria volontà, così come una tavola da snowboard.

Il cavallo sì.

L'estensione più difficile da definire

È qui che il concetto di extended self diventa, nel mondo equestre, qualcosa di più complesso. Perché consideriamo il cavallo parte della nostra identità senza considerarlo un oggetto?

Un cavallo non è un accessorio, né un semplice prolungamento del corpo dell’amazzone. È un individuo con un proprio corpo, una propria sensibilità, una propria memoria e una propria risposta. Lo sanno bene le Maison del lusso, le case di moda con la storia più antica. Hanno sempre utilizzato il simbolo del cavallo, e tutto quello che ne deriva, per arricchire le loro identità.

Eppure, quando i due corpi entrano in relazione, qualcosa cambia.

La posizione del bacino influenza il movimento del cavallo. Una variazione nella pressione della gamba può modificare una traiettoria. Un cambiamento quasi impercettibile nella postura può essere percepito dall’animale. Il corpo dell’amazzone o del cavaliere, quindi, non finisce più esattamente dove finisce la sua pelle.

Si prolunga attraverso gli strumenti dell’equitazione e, attraverso una relazione fatta di segnali e risposte, entra in dialogo con un altro corpo. Forse è proprio per questo che parliamo di binomio. Non semplicemente una persona e un cavallo, ma due corpi che imparano progressivamente a coordinarsi.

Il corpo umano suggerisce. Il cavallo interpreta, risponde, modifica a sua volta.

È un continuo scambio.

In questo senso, l’equitazione porta il concetto di estensione del corpo oltre quello che accade nella moda. Un abito può modificare la percezione che abbiamo del nostro corpo; un’attrezzatura sportiva può amplificare le possibilità; il cavallo, invece, introduce un elemento ulteriore: la reciprocità.

Non siamo più soltanto noi ad agire attraverso qualcosa.

Qualcuno ci risponde. La domanda, allora, non è più soltanto perché ci piace vestirci in un certo modo?, ma, dove finisce il nostro corpo e dove comincia ciò che consideriamo parte di noi?

La moda ci offre una prima risposta: il corpo può estendersi attraverso ciò che indossiamo.

L’equitazione ne offre una seconda, molto più complessa: attraverso il gesto, la relazione, il corpo può entrare in connessione con un altro corpo. Ed è forse proprio questo il fascino del binomio.

Non sapere più esattamente dove finisca l’amazzone e dove inizi il cavallo.

Non perché siano diventati una cosa sola, ma perché hanno imparato a muoversi come due identità distinte che, per un momento, scelgono la stessa direzione.

Immagine di Martina Vitale

Martina Vitale

Laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Pavia, ho l’occasione di lavorare nello showroom milanese di “Re” Giorgio Armani e di respirare quella moda che fa davvero sognare ogni donna. In seguito mi trasferisco a Berlino, dove lavoro in un’agenzia di comunicazione, e infine in Puglia per insegnare lettere e per inseguire una grande passione: l’equitazione.

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Ines Pesce

Esperta di Marketing e Comunicazione, conseguo la Laurea in Giurisprudenza e l’abilitazione alla professione forense che abbandono per diventare consulente di marketing territoriale per diverse aziende ed Enti locali. Mi appassiono all’equitazione dopo essere stata folgorata da una sfilata di moda ispirata allo stile equestre e da allora il mio obiettivo è montare a cavallo ogni giorno.

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